La Raia del Pedale è lì da milioni di anni: imponente, forma piramidale, con tre valloni, un dirupo e una perfetta personale attrazione turistica.
Ù Pìrali”, come la chiamiamo a Rofrano, “guarda” la “Leonesssa dormiente” (Monte Bulgheria) come le Grandi Piramidi d’Egitto “guardano” la Sfinge di Giza.
Sono sempre stato affascinato da questo monte perché ha qualcosa di misterioso e nasconde dei segreti.
Tuttavia esso “osserva” i rofranesi da circa tredici secoli: da quando i primi monaci basiliani, intorno al secolo VIII, si insediarono tra le colline del paese fino ai tempi più recenti.
Carmine Lettieri (còmmitu) racconta che - durante l’epoca della Resistenza filo-borbonica (meglio nota come Risorgimento, n.d.r.) – vi si nascondevano i Briganti e questi pare conoscessero una cavità nella quale vi si potesse scendere solo con l’utilizzo di una scala: un racconto che può essere verosimile, poiché la Raia del Pedale è di natura carsica e da queste parti il capobanda di Piaggine, l’avv. Giuseppe Tardio, è certo che vi trovò riparo con tutta la sua guerriglia (ma l’argomento del brigantaggio troverà spazio in seguito).
Andiamo avanti...
Ho sempre desiderato raggiungere le tre cime della Raia del Pedale, le quali sono perfettamente visibili da San Menale, luogo ideale per osservarle dal basso...Erano anni che rimandavo la scalata, un po' per una ragione un po’ per un’ altra, ma lo scorso anno ho preso appuntamento con la Raia del Pedale e già qualche mese prima di tornare in ferie a Rofrano ho pianificando l’escursione.
Il 21 agosto 2016, mi sveglio prestissimo: è ancora buio; qualche anno fa sarei andato a dormire più o meno allo stesso orario.
Il giorno precedente avevo già organizzato tutto l’occorrente per la marcia fino alle cime. Giusto per darvi qualche idea su come mi organizzo, vi elenco 10 oggetti a cui pensare prima di un’ escursione e che possono essere utili anche in altri contesti:

1) zainetto comodo, massimo 30 litri; 
2) quattro o cinque panini ripieni con sola verdura (salumi e formaggi rendono molto più lunga la digestione); 
3) kit topografico e di sopravvivenza come si può notarne un esempio in foto;
4) kit di autosoccorso con più lacci emostatici per un eventuale morso di vipera (anche se esso difficilmente può essere mortale su un arto, questo va stretto a entrambe le estremità); 
5) magliette di ricambio; 
6) calzini di ricambio: è fondamentale avere cura dei piedi; 
7) berretto e occhiali da sole, per uso protettivo; 
8) acqua: almeno 3 litri; 
9) kit per igiene personale; 
10)macchina fotografica.

Il tutto per un peso di 7-8 kg; si può arrivare a 10 kg ma non è consigliabile un peso maggiore.
Da San Menale mi reco a Rofrano, dove con Antonio ho l’appuntamento alle 6:30: Il sole è ancora nascosto dietro il Monte Centaurino.
Dal girone di San Carlo osservo il panorama del centro storico del paese, illuminato dalle prime luci dell’alba. Sono estasiato inizio a scattare le prime fotografie.
Arrivo all’altezza del Panificio Zangari; da qui c’è una buona visuale su San Menale; anche “a fraziùni”, merita qualche foto alle prime luci dell’alba.
La piazza è vuota anche se i bar sono già aperti. Poco dopo passa l’autobus delle autolinee Lettieri, in partenza per le spiagge; io scatto delle foto alla chiesa di Santa Maria dei Martiri.
Faccio due squilli sul telefono di Antonio: non si sa mai, potrebbe essersi riaddormentato. Non risponde ma lo vedo sbucare dal vicolo, dietro al monumento dedicato ai caduti delle due ultime guerre.
Avevo postato l’escursione alla Raia del Pedale sul gruppo facebook Tele Rofrano; qualcuno aveva raccolto l’invito, dopo la seconda colazione; aspettiamo un quarto d’ora ma non si fa vivo nessuno: oltre non si può attendere, poiché dobbiamo raggiungere di buon’ora la Croce di Rofrano (confine amministrativo con il comune di Sanza), dove lasciamo l’auto e calziamo gli scarponi che ci portano in cima.
Dalla Croce di Sanza, inizia una stradina sterrata che raggiunge la “Croce della Mezzana”. Ci incamminiamo lungo questo sentiero; siepi di more e mirtilli appaiono davanti ai nostri occhi ed io ne approfitto per fare scorta di zuccheri e sali minerali ( ma questa è una scusa: la verità è che io, come gli orsi, sono ghiotto di frutti di bosco).
Mentre terminiamo di percorrere il primo chilometro, in lontananza vediamo salire un fuoristrada; si avvicina: alla guida è Nicola Saggiomo, “u stuccaturu”; nasce una breve conversazione:

N.: Nè uàglio ma chi ‘ngi facìti a chist’ura ccà ‘ncoppa?
Ragazzi, cosa fate a quest’ora da queste parti?

R.: Cumbà Nicò, stammatina iamu a lu pizzutu¹ [cime del Pedale]
Compare Nicola questa mattina andiamo in cima [del Pedale]

N.: Vùliti saglie?
Volete un passaggio?

R.: Hrazii cumpà, cumi si avissimi accittatu!
Grazie compare, come se avessimo accettato!

N.: Cumi vi pari a vui, mi scundati a la Minzàna!
Come volete voi, ci ritroviamo alla Croce della Mezzana.

Nicola riparte e anche noi ripartiamo.
Prima di entrare in un tratto alberato, scorgiamo il panorama di Sanza, incorniciato dalla valle; facciamo un autoscatto: da est un raggio di sole dona luce all’immagine e sullo sfondo destro appare un’ inquadratura inedita del Monte Centaurino.
Sono le 7:30 circa e all’ombra dei faggi si avverte una piacevole frescura; boccata d’aria è dolce, con il “retrogusto” delle more che ho mangiato qualche minuto prima.
Pascolando sulla strada, al di sotto di noi, una mucca, dalle belle e grandi corna, ci osserva e sembra avere un’aria dubbiosa.
Alla Croce della Mezzana arriviamo presto; il compare Nicola è già qui e gli chiediamo qualche indicazione su quello che potrebbe essere l’itinerario migliore da seguire. Ci dice di seguire la cresta, lì da dove passava la teleferica. Ora finalmente capisco cos’è quella striscia di montagna senza alberi che corre dietro al Pedale e che da google maps è ben visibile.
Per alcune centinaia di metri proseguiamo su questo itinerario spoglio di alberi; alle nostre spalle è visibile il Monte Faiatella.
Mia nonna Rosa racconta che un tempo qui raccoglievano la “spicadossa²” (la lavanda); le donne partivano da Campolongo e, passando per la Faiatella, raggiungevano il Cornitello (“u Curnitieddu”), dove depositavano i sacchi che avevano trasportato in testa per chilometri, attraverso le montagne. Povere donne, quante ne hanno passate!
Ora entriamo dentro una zona alberata; da lontano sotto gli alberi riesco a vedere un sentiero che sembra sia stato attraversato da altri escursionisti; in realtà si tratta di più sentieri, tracciati dall’andirivieni degli animali del bosco. È facile identificare le orme impresse sul terreno da cinghiali, mucche, cervi, cani pastori, le cui orme si confondono con quelle dei lupi che da qualche anno ripopolano queste montagne.
Dopo oltre un’ora di cammino è arrivato il momento di fare una lunga sosta. Siamo usciti dalla zona alberata e siamo sul lato della montagna che si affaccia verso Sanza: una terrazza naturale, sotto la quale c’è un dirupo alto qualche centinaio di metri; su alcuni massi troviamo il miglior comfort che offra la natura e bivacchiamo per alcuni minuti.
Stando seduto mi guardo intorno; con l’aiuto del GPS trovo le coordinate esatte di dove siamo posizionati, controllo la carta topografica: a nord-est abbiamo il Monte Cervati a est il Monte Centaurino di cui la cima sembra essere alla nostra altezza; infatti siamo a circa 1400 metri sul livello del mare, come conferma anche il GPS.
Dopo qualche sorso d’acqua, due chiacchiere e un po' di sollievo per le gambe, si riparte; ora siamo più “affamati” di panorami e inizia la parte più eccitante dell’escursione.
Proseguiamo sulla cresta nord della Raia; Antonio è andato avanti e si trova già su un’altra quota, io invece perdo tempo a fotografare e a cercare dettagli entusiasmanti; utilizzo la sagoma di Antonio per evidenziare le grandezze e le distanze.
Lo scenario sta cambiando: la valle verso Sanza non è più visibile; possiamo vedere la Croce di Rofrano, dove ho parcheggiato l’auto, che vado a cercare con lo zoom. Intanto transita un altro veicolo. Nello zaino non mi sono portato le chiavi dell’auto, le ho nascoste su un arbusto, ma ho qualche dubbio che rende il tragitto un po’ faticoso: non so se sia stato un espediente giusto… o forse sono solo i primi sintomi della fatica e del sole che inizia a scaldare: è il 21 agosto.
Raggiungiamo la prima cima del Pedale: 1509 metri; questa non è visibile da Rofrano però da qui possiamo già vedere tutta la catena montuosa del Monte Sacro da sud-est verso nord-ovest: Tempa del Carruso, Monte Scuro, Passo della Beta, Colle della Beta, Monte Gelbison e Scanno Chiuso.
Scatto subito una fotopanoramica. Sullo sfondo più a sud ci sono la “Leonessa dormiente” e la valle sotto il bosco del Salice e quello di Pruno che insieme formano una foresta, dove crescono i migliori funghi di tutto il Cilento.
Un consiglio per coloro che vanno a funghi: non sporcate i boschi, piuttosto raccogliete qualche rifiuto lasciato dagli incivili; ricordatevi che le bestie non lasciano immondizie e quindi imitate le bestie, per non essere inferiori ad esse.
Tra la prima e la seconda cima, c’è un enorme buca; sembra il risultato dello scoppio di una bomba d’aereo o pezzo di artiglieria; è simile a quelle che spesso si incontrano sul Carso Monfalconese e Triestino; non mi so spiegare come si sia formata questa buca.
Proseguiamo verso la seconda cima che è la più alta: 1521 metri; da lì si può vedere San Menale adagiata tra la collina della Fabbricata (Fravicata) e quella del Sorbatello (Surivatièddu).
Ora è il momento dello spettacolo più atteso; si prosegue verso la terza cima 1474 metri.
Antonio è sempre avanti, e non mi aspetta!!!
Non esterna interesse per lo spettacolo naturale offerto da queste cime ma sembra molto più interessato di me ad arrivare alla terza cima e forse è già lì e posso vederlo con lo zoom.
Cercando Antonio con lo zoom scatto una foto con lo sfondo di Alfano; mi piace molto; la si può trovare nella galleria fotografica collegata a questo articolo. La foto è stata postata sul gruppo facebook degli alfanesi e ha ricevuto numerosi like.
Mentre mi avvicinavo alla terza cima, la panoramica era ancora più ampia: da est a ovest si possono vedere il Monte Centaurino, il Monte Bulgheria, la catena Montuosa del Monte Sacro e sotto di me la Valle del Mingardo.
Scatto qualche foto alla croce del Monte Sacro e altri punti e proseguo più rapidamente per ricongiungermi con Antonio.
Finalmente siamo arrivati alla terza cima; lo spettacolo che si presenta all’escursionista è unico: la vista sulla Valle del Mingardo con Rofrano e Alfano, unici paesi ben visibili; la visione è suggestiva, selvaggia, incantevole, affascinante: verde molto verde.
Il panorama esercita su di me un’attrattiva senza precedenti; sono pienamente soddisfatto: finalmente sono su quella cima che tanto avevo desiderato di raggiungere.
Chi è passato prima di noi ha lasciato dei rifiuti; a voi gli aggettivi per qualificare questi comportamenti che purtroppo rovinano la natura e provocano lo sdegno di chi arriva fin quassù.
Ora serve il cambio della maglietta e dei calzini. Mentre lascio raffreddare la suola degli scarponi, ne approfitto per far asciugare i piedi, che “meritano” di riposare.
Consumiamo il pranzo: i panini vanno giù veloci, l’acqua si beve ancora più facilmente e piacevolmente.
Riassettiamo ciò che è avanzato e, prima di ripartire, mi ricordo di fare alcune foto, perchè da qui c’è la più bella vista sulla ValleL’entusiasmo della “conquista” delle cime me ne aveva fatto quasi dimenticare.
Per il ritorno avevamo pensato di attraversare la stessa strada, ma il tentativo di scendere dal versante sud, il lato da cui si vede da Rofrano, era molto più forte di ogni altra decisione.
Si riparte. La discesa è lenta e si procede a zig-zag. Per il primo quarto d’ora la discesa è facile, mai poi arriva la parte difficile, e si scende più lentamente: le ginocchia sono molto sollecitate.
Avverto Antonio di sostare ogni cinque minuti, poiché il sole è caldissimo e le gambe sono stanche; inoltre, un passo sbagliato, la pianta del piede su una pietra non stabile, la forte pendenza, sono tutte situazioni che nel loro insieme ci possono causare seri danni.
Per non allontanarci troppo dall’auto, decidiamo di scendere, avvicinandoci a un vallone, dove c’è un boschetto: gli alberi ci offriranno un po’ ombra, rendendo meno stancante la discesa.
Usciamo dal boschetto; sotto di noi, notiamo i resti di un incendio estivo ancora fumante; proseguiamo verso est e facciamo strada tra la macchia. Ci accorgiamo che è stata un pessima idea quella di scendere dal versante sud.
Siamo stanchi; Antonio mi segue vicino; la macchina fotografica l’ho messa via: desidero arrivare alla strada e non mi interessa nient’ altro. Cerco un po' di acqua, ma ad entrambi è finita; a momenti dovremmo vedere le barriere anti-caduta massi che indicano che siamo vicini alla strada.
Prima di iniziare la discesa, avevamo concordato che appena arrivati giù saremmo partiti per Laurino, dove il Volo dell’Angelo avrebbe consumato l’ultima adrenalina rimasta. Mentre cerchiamo le barriere anti-caduta massi, rinunciamo a quest’ultimo programma, poiché siamo letteralmente esausti, e quindi pensiamo di ripiegare con un rinfrescante bagno alla Forra dell’Emmisi, ma ci rendiamo conto che questa idea è ancora più folle del Volo.
Finalmente avvistiamo le barriere; ormai ci siamo: la strada è sotto di noi.
Scavalchiamo velocemente le barriere e dopo pochi metri possiamo vedere la SP18; mancano pochi metri per raggiungerla ed in lontananza vediamo provenire un motocarro.
Come dei superstiti di una sciagura, urlando e fischiando, ci affrettiamo a raggiungere la strada per chiedere un passaggio.
È il nostro compaesano Francesco Lettieri, conosciuto col nome di Charles Bronson; non è la visione del set cinematografico del remake di “C’era una volta il West”: il motocarro che si avvicina è vero e capita al momento giusto, come accade nelle scene drammatiche dei film. Oggi la “fortuna” è stata dalla nostra...

Pasqualino con l'aiuto di Don Mariano Grosso

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1- lu pizzutu: le cime della Raia del Pedale
2- spicaddossa: lavanda







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