Quando decido di partire per le montagne solo le nuvole cariche di pioggia, i tuoni e le saette possono mitigare il mio desiderio di scoperta e avventura.

Il 6 settembre 2016, dopo un pranzo in famiglia, durante il quale più volte ho stimolato la conversazione con gli zii parlando delle bellezze naturali e paesaggistiche del nostro territorio, zio Roberto, esperto conoscitore delle montagne che dominano da sud a sud-ovest la frazione di San Menale, con la sua proverbiale spontaneità, mi ha lanciato la proposta di raggiungere una di quelle località che durante il pranzo avevo più volte menzionato. Località che conoscevo solo per aver studiato una carta topografica militare dell’area acquistata, presso l’Istituto Geografico Militare, qualche settimana prima di partire per le ferie rofranesi.

Entusiasta all’idea di fare una “breve” escursione, che non avrei mai potuto fare senza una guida, corro a recuperare il mio zainetto d’ordinanza, calzo gli stivaletti ancora sporchi dall’ultima escursione alla Raia del Pedale, penso a quanto, e troppo, ho mangiato nei giorni precedenti e termino con un veloce controllo allo zainetto. Macchina fotografica, batteria portatile, attrezzatura per l’orientamento e per primo soccorso, acqua e qualche altro oggetto che mi porto sempre dietro. Ero già impaziente di spingermi, passo dopo passo, dentro quelle montagne, che per molti anni mi hanno regalato buona aria ma, molto spesso, anche impedito di guardare oltre.

Il primo tratto di strada l’abbiamo percorso con un vecchio e duro fuoristrada, di quelli costruiti prima dell’era internet. Lo stereo a cassette ancora funzionante riempie di musica l’abitacolo, il sottofondo è un miscuglio di folk cilentano-lucano-calabrese. Appena termina il primo brano, la strada diventa impegnativa e la musica viene sostituita dal rumore che lo sterrato produce al passaggio dei pneumatici, con sobbalzi e vibrazioni che si espandono attraverso la carrozzeria.

Da San Menale si va in direzione Fontana del Sorbatello; da li si svolta a sinistra e proprio sull’incrocio c’è un grosso masso, dove è indicato il numero del sentiero CAI (Club Alpino Italiano) che porta alla Sorgente di Matrale; poi un paio di centinaia di metri più su, tra gli alberi di castagne, si apre un’area denominata “Chiana ri carivuni”¹; dopo un altro incrocio, si prende lo sterrato di sinistra, si sale per un paio di tornanti, nei quali, a brevi tratti, si devono superare nel terreno dei solchi, scavati dalle piogge.

Si raggiunge un altro incrocio; ora procediamo sullo sterrato di destra ed entriamo nel Vallone della Resta o, per i san menalesi, Resta.

Il Vallone della Resta offre uno scenario selvaggio: per strada incontriamo pochi animali al pascolo; una mucca si avvicina alla cadente staccionata, che ci separa dal vallone ripido e profondo, ma essa sembra incurante di qualsiasi pericolo o forse qui si sente semplicemente a “casa sua”, con tutti i suoi comfort: erba sempre fresca, acqua pulita, letti di felci e tanto spazio dove brucare.

Poco dopo, la strada sterrata e accidentata termina: si deve procedere a piedi. Ho la macchina fotografica già pronta a scattare fotografie. Recupero lo zainetto dal fuoristrada, attivo il gps sullo smartphone, mentre mio zio è già qualche decina di metri avanti: lui qui si muove speditamente, poiché conosce la strada, è padrone di ogni centimetro di bosco e conosce i nomi di tutte le aree. Io invece per qualche minuto sono lento: devo fotografare, raccogliere informazioni, assaporare l’aria, annusare il sottobosco, scrutare tra gli alberi; devo sovrapporre le immagini della mappa e degli elementi topografici che ho ancora nella mente con quelli del terreno, cerco le cime, i torrenti, i costoni e tutte le altre caratteristiche del terreno, voglio orientarmi e prendere “confidenza” con il paesaggio.

Qualche istante prima, mio zio era su un sentiero segnato da anni di incuria; ora lui è tra gli alberi e solo a tratti lo scorgo; io da anni mi alleno con marce, con la bicicletta e con uscite per asparagi e funghi; quindi non mi è difficile raggiungerlo.

Insieme raggiungiamo la Sorgente di Matrale; beviamo qualche sorso di acqua e ripartiamo. Lasciamo la sorgente e l’Aria di Vincenzo alle spalle e andiamo in direzione sud / sud-est. Ora la marcia si fa impegnativa: non c’è un sentiero né un’indicazione; qui devi avere indicazioni precise, devi saper utilizzare gli strumenti classici ed elettronici di navigazione e scegliere un itinerario comodo, per non perdersi sotto Monte Scuro, che a qualcuno solo il nome può far rabbrividire!

Attraversiamo il bosco trasversalmente; alcune quote sono molto ripide: ciclopici massi sembra che siano trattenuti dagli alberi e dalle loro grandi radici; alcuni passaggi sono stretti: devo piegarmi e fare attenzione a non far impigliare le fibbie dello zainetto nei rami e c’è il rischio di ruzzolare a valle; con una mano faccio presa a qualsiasi sostegno mi possa reggere e nell’altra ho la macchina fotografica, col prezioso bottino fotografico della precedente escursione.

Dopo qualche decina di metri l’itinerario migliora: le quote sono meno accentuate; ora posso fotografare e continuare a fare degli screen shot delle coordinate mgrs, che mi serviranno per tracciare l'itinerario sulla carta e pubblicarlo sul sito web, rendendo fruibile il sentiero virtuale a tutti coloro che avranno il fegato di venire su queste rupi.

Mentre mio zio raggiunge una nuova posizione, di sorpresa, tra gli alberi che si diradano, vedo apparire, oltre i rami di faggio, l’Alta Valle del Mingardo; le cime della Raia del Pedale e del Monte Centaurino sono le prime ad essere individuate, e qualche decina di metri più avanti il cielo si “tuffa” nel Golfo di Policastro.

Sulla destra del Golfo, vedo la “Leonessa addormentata” (Monte Bulgheria), che sembra far la guardia a tutta la valle e proteggerla da incursioni di pirati e Saraceni.

Il mio sguardo, catturato dalla bellezza dell’orizzonte che arriva fino a Maratea ed alla Calabria, non è ancora sazio dello spettacolo naturale; prima di voltarmi nuovamente verso i monti, con la visione periferica riesco a vedere Rofrano, coperto dall’unica nuvola di passaggio in quel momento.

Dirigo lo sguardo in direzione delle cime: è distinguibile il “Tetto della Campania”, il Monte Cervati, 1899 metri; più in basso si slancia il Monte Faiatella; con i suoi 1710 metri è di 189 metri più alto del Pedale; infine vi è il verde Monte Centaurino: con i 1433 metri si eleva a est di Rofrano.

Il tempo corre veloce: ho appena qualche minuto per farmi indicare dallo zio qualche altro dettaglio topografico, farmi dire i nomi dei due scanni (rupi): lo Scanno del Cantatore e lo Scanno della Bandiera (vedi la foto) e scattare delle panoramiche. La temperatura comincia a cambiare. Non c’è tempo da perdere e dobbiamo tornare indietro: il sole perde la sua luminosità e il suo calore. Ora comprendo perché quella cima che è sopra di noi è stata denominata Monte Scuro.

Mentre siamo sulla strada di ritorno, credo che mio zio abbia compreso quanto io sia rimasto affascinato dallo scenario ed inizia a raccontarmi delle storielle.

Quando siamo nuovamente nelle vicinanze dell’Aria di Vincenzo, mi racconta che lì un tempo nonna Rosa coltivava diverse varietà di grano, le quali oggi vengono consderate antiche: la varietà ianculidda è una di queste; in che modo il bosco si sia ripreso quello che un tempo era proprietà di lei, faccio quasi fatica a comprenderlo, e stento a credere quanto lui mi sta raccontando.

Misurando mentalmente le distanze che ci separano dal centro abitato gli chiedo come facessero a percorrere tutta quella strada ogni giorno per coltivare la terra e pascolare il bestiame. La risposta è fulminea: “rurmianu ca’”². Per quanto possa essere anche questo difficile da credersi i nostri nonni trascorrevano la notte tra le montagne. Quelle montagne di sera erano animate dalle genti non solo di Rofrano ma anche dei paesi limitrofi come Novi Velia, Cannalonga che sareebbero potuti arrivare dal Passo della Beta. I giovani di quel tempo anche se accampati alla meglio la sera trovavano il modo per rilassarsi dalle fatiche del giorno.

Li, sullo Scanno del Cantatore mio zio racconta che siano nate musiche, rime e serenate e ora tenetevi forte…. sullo Scanno del Cantatore afferma che siano nate le parole della canzone “A’ Cilentana”³, di seguito ne riporto alcune strofe.

Io me ne voglio i a lu cilientu
me la voglio piglia’ ‘na cilentana.
Nun me curo ca nun tene nienti
basta ca tene la fresca funtana.
Oi Nenna Nenna Ne, oi Nenna Nenna
sta campanedda toa chi te la ‘ntenna.
Si te lu vuo’ accatta’ io me lo vengo
lu camnpaneddo ca me rette mamma.

È quasi buio non c’è tempo per fare altre domande, la temperatura sta precipitando rapidamente, il sudore si sta asciugando facendo posto al freddo che già mi attraversa la t-shirt.

Pagherei oro per quanto peso per poter fare un salto nel passato e scoprire molte più cose e storie di questi monti ma non è possibile non ancora, torno a San Menale con il desiderio di raccontare al mondo questa irripetibile escursione.

Pasqualino


chiana ri carivuni”¹: trascrizione dal dialetto parlato, significato “piana di carbone”.

rurmianu ca”²: trascrizione dal dialetto parlato, significato “dormivano qui”.

A’ Cilentana”³: La Cilentana, interpretata da molti artisti e nessun vero autore. Famose sono le interpretazioni di Piera Lombardi. Il brano e da non confondersi con So’ nato allo Ciliento e me ne vanto di Aniello De Vita.



Clicca per ingradire
Clicca per ingrandire: itinerario per raggiungere lo Scanno del Cantatore - scarica da qui carta topografica di Rofrano


La vacca


Indicazione per la Sorgente di Matrale


Albero spezzato


Faggeta


Gps sullo smartphone


Masso


La Raia del Pedale e sulla sinistra il Monte Faiatella


Il Golfo di Policastro


Clicca per ingrandire: panoramica dallo Scanno del Cantatore


Rofrano con la nuvola di passaggio


Io


Zio Roberto

Clicca per ingrandire: dettaglio fotografico dello Scanno del Cantatore visto da San Menale, Rofrano (SA)

scarica da qui carta topografica di Rofrano

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